Rimbombi – VIII

by waxen

Prometeo colse i suoi obiettivi nella notte, all’improvviso, senza lasciar loro alcuna possibilita di difendersi.
In un piccolo appartamento, nella zona nuova della citta, una donna e il suo bambino se ne stavano accucciati in un angolo della loro camera da letto ad osservare quanto stava accadendo. Che si trattasse di un bombardamento, o di qualcosa del genere, lei lo aveva capito benissimo, ma si sforzò più che poté di simulare calma e tranquillita, in modo da evitare che suo figlio si spaventasse. Non c’era tempo per scappare da casa, col rischio che qualche edificio potesse crollar loro addosso, o che qualche soldato, strategicamente appostato, potesse notarli e, nella migliore delle ipotesi, farli prigionieri; bisognava solo aspettare che tutto finisse, prima o poi, e pregare perché, nel frattempo, non accadesse nulla di tragico.
La Donna, visibilmente infreddolita, abbracciava suo figlio e lo teneva stretto a sé mentre, teneramente, con una mano, gli accarezzava i capelli e le guance. Il bambino, che non aveva ancora compiuto nemmeno cinque anni, si guardava attorno, con occhi interrogativi, spiazzato e incuriosito dalla situazione in cui si trovava.
“Cos’è questo rumore, mamma?”
“Sono tuoni, forse sta iniziando a piovere”
“Io ho paura dei tuoni”
“Non devi avere paura, ci sono io”
“Però fanno tanto rumore”
“Tu non starli a sentire, vedrai che smetteranno”
“Possiamo accendere la luce?”
“No, la luce non c’è”
“E dov’è andata?”
“Si è nascosta dentro al frigorifero, come tutte le notti”
“Allora, se apro il frigorifero viene fuori?”
“Magari non vuole essere disturbata, lasciamola riposare”
Il rombo degli aeroplani era agghiacciante. Presto diverse bombe iniziarono a cadere nella zona meno periferica del quartiere, scuotendo i vetri e facendo ondeggiare il pavimento.
“Questo fulmine è caduto proprio vicino, mamma! e se uno di questi fulmini ci cade addosso?”
“Abbiamo le finestre chiuse, non può entrare in casa”
“E se riesce a infilarsi in una fessura?”
“I fulmini non sono così intelligenti”
“No?”
“No, i fulmini non sono per niente intelligenti”
“Magari questi lo sono”
“Anche tu sei intelligente, ma non riesci a passare in mezzo alle fessure. Pensi che un fulmine qualunque possa essere più intelligente di te?”
“No, io sono più intelligente dei fulmini, vuoi vedere?”
Il bambino si alzò.
“Vieni qui, restiamo vicini, me lo mostri un’altra volta”, disse la madre, riprendendolo con sé.
I boati si susseguivano rapidamente e si facevano sempre più forti. Fuori dalla finestra riverberavano in modo inquietante i bagliori delle esplosioni e le fiamme di alcuni incendi. La Madre finì per convincersi, che quella notte sarebbe stata la loro ultima notte. Trattenne le lacrime e, con voce calma, tornò a parlare a suo figlio.
“Vogliamo provare a dormire un po’?”
“Sì, nel lettino!”
“No, qui con mamma”
“Sul pavimento?”
“Sì”
“Perché vuoi dormire per terra?”
“Perché è più fresco, non senti?”
“Ma il pavimento è duro”
“Ti tengo in braccio io, ti va?”
“Me la canti una ninna nanna?”
“Certo. Tu, però, chiudi gli occhi”
Il bambino chiuse gli occhi e si lasciò andare ad un sorriso pieno di sicurezza. Era bello stare tra le lunghe braccia di mamma, al riparo da ogni pericolo.
La Madre intonò una dolcissima ninna nanna, a bassa voce, colmando la stanza di una melodia così avvolgente che, alle orecchie del bambino, nessun boato esisteva più.
Così, il bambino si addormentò.
Così, la Madre, esausta, si lasciò andare ad un lungo, silenzioso ed amaro pianto.


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