Penso, parlo, opero, ometto.

Fig.1: Mentadent ricorda l’inutilità di spazzolino e dentifricio.
Si pecca in pensieri, parole, opere e omissioni. Questo è quello che ti insegnano da bambino, e se non te lo insegnano esplicitamente te lo fanno entrare in testa in maniera subliminale. E’ una frase ad effetto: uno slogan, un po’ come: “Rowenta, per chi non si accontenta”, “Locatelli fa le cose per bene”, “Galbani vuol dire fiducia” oppure “Svizzero? no, Novi”.
In termini strettamente morali, volendo dar credito allo slogan, se penso che qualcuno meriti di morire, tanto vale che glielo dica. Se penso che meriti di morire, tanto vale che lo uccida. Se è qualcun altro a pensare che qualcuno meriti di morire, ed è determinato a mettere in atto il suo pensiero, tanto vale che glielo lasci fare; chi sono io per impedirglielo? In ogni caso la mia fedina morale ne risulterebbe compromessa.
Ma mi rendo conto che su questioni come questa ci sia gravità e gravità. Se penso di uccidere qualcuno è grave, ma se lo uccido davvero è molto grave, a rigor di logica, almeno. C’è da considerare, però, che se uccido qualcuno, e mi beccano, finisco in galera, se provo ad uccidere qualcuno, pur non riuscendoci, e mi beccano, finisco in galera comunque. Finisco in galera anche se si sparge in giro la voce che intendo uccidere qualcuno. Certo, se lo penso e basta ho buone probabilità di salvarmi, ma non ne sono del tutto sicuro.
Limitarsi al pensiero ti tiene in qualche modo più al sicuro, ma non fa di te una persona migliore. E’ una questione dannatamente complicata.
