Being Human Beings

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Passo buona parte della giornata tra decine colletti bianchi. Sono ovunque: scale, corridoi, ascensori, open spaces. Qualsiasi posto va bene (purché non sia il loro ufficio). Ogni metro quadro dell’edificio fa parte del territorio che possiedono, o gestiscono. Il loro passatempo è visitarlo tutto – “’cause it just belongs to me and me, so let’s take a ride and see what’s mine“.
Per loro non esisto, ai loro occhi appaio trasparente. Mai un saluto, mai una cortesia: appartengo al mobilio. Condividere gli spazi vitali, per loro, è un concetto del tutto sconosciuto. D’altra parte, con molta probabilità, per loro non sono nemmeno una persona; forse sono un codice, una matricola, una pedina spendibile, un effetto collaterale del loro bisogno di portare avanti delle attività, ma, di certo, non una persona.
Non sono cattivi, sono solo spontanei: esprimono naturalmente il loro stile di vita. Io ci convivo, nel bene e nel male, ma solo se qualcosa va male, e solo in quel caso, iniziano a ricordarsi che esisto. Non ti curi delle formiche che hai in giardino finché non le trovi in fila sulla tua dispensa, non ti curi dei bulloni che sostengono il piantone del tuo sterzo finché non se ne allenta uno, così i colletti bianchi non si curano del resto del mondo, finché il resto del mondo non interferisce col loro. E’ lo status quo.
A divincolarsi tra i colletti bianchi, assieme a me, a volte trovo altri esseri umani. Ogni volta è una sorpresa, ogni volta è un piccolo incentivo a ricordarmi che, forse, il mondo non sta proprio andando tutto tutto a puttane.
Scendo a prendere un caffé, oggi. Sono solo. Al distributore trovo alcuni ragazzi che lavorano per l’impresa di giardinaggio aziendale. Li vedo quasi tutti i giorni, ma non li ho mai conosciuti. Tuta verde, calli sulle mani, guance rosse per il freddo e il vento. Sono in sette. Penso che mi toccherà aspettare un po’ prima di poter prendere da bere. Poi, invece, uno di loro guarda gli altri e dice:
- “Ehi, fate prendere il caffé al ragazzo, qui, altrimenti deve aspettarci tutti”
Trasecolo.
- “Cosa prendi?” - mi dice un altro.
Trasecolo di nuovo. Non mi conoscono, sono in sette, potrebbero tranquillamente farsi gli affari loro e fregarsene di me, invece hanno scelto di non farmi aspettare e, addirittura, di offrirmelo, quel caffé. Ci ho messo un po’ a realizzare che stava succedendo davvero e che non me lo stavo immaginando.
E credo di non aver mai bevuto un caffé così buono, ultimamente. Ci credereste? sapeva di umanità.
Grazie davvero, ragazzi, grazie di cuore.

dicembre 10th, 2009 at 15:24
Hua! Sento l’odore di quel caffè da qui, e mi piace.
dicembre 10th, 2009 at 15:57
ti stai dando alla fantascienza, gas?
dicembre 10th, 2009 at 15:59
Se non siamo noi, per primi, a guardare il mondo con occhi visionari, chi vuoi che lo faccia?
dicembre 10th, 2009 at 18:40
Proprio un bel gesto, molto probabilmente li hai trovati anche di buon umore
A Napoli una volta c’era una tradizione simile il cosiddetto “caffè sospeso”. De Crescenzo c’ha pure intitolato un libro.
Mannaggia a te m’hai fatto venire voglia di un caffè! tocca aspettare qualcuno che ne capisca di giardinaggio
dicembre 11th, 2009 at 12:41
che bèllo.
dicembre 14th, 2009 at 19:18
Questo post mi ha fatto pensare ad un frase di Thoreau:
“Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama. Sedetti a una tavola imbandita di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sincerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale”.